Nazionale, colpe e meriti pari non sono
Ci sono modi e modi di essere sconfitti. E soprattutto ci sono modi e modi di raccontare una sconfitta, come del resto una vittoria. Soloni del calcio, commentatori e/o presunti tali, intenditori pallonari, ex calciatori caduti in disgrazia e poltronisti dell’ultim’ora, erano tutti lì pronti a recitare osanna verso gli eroi azzurri giunti in finale, umiliati e mazziati. “Un grande risultato”, “spagnoli troppo forti”, “la stanchezza era troppo evidente”. Queste i commenti. Esaltare una Nazionale che perde per ben 4-0 è un atteggiamento da perdenti. Secondo il sottoscritto la disfatta, meritata, della Nazionale italiana di calcio, ha evidenziato anche lacune e mancanze di alcuni personaggi della spedizione azzurra. Primus super partes, l’allenatore. Prandelli ha, al termine della spedizione e a margine dell’eliminazione, evidenziato come a nessuno importi della Nazionale e che siamo un paese per vecchi. Considerazioni semplicistiche che lasciano il tempo che trovano, soprattutto quando arrivi secondo in una competizione importante e quando prendi quattro sberle dai campioni in carica senza esprimere quel gioco convincente delle ultime due partite. Dico questo perché ho assistito, come del resto la quasi totalità della popolazione italiana, al disastro della finale europea. I giocatori e il tecnico al termine dell’incontro hanno confessato di essere arrivati troppo stanchi e ormai spremuti a questa finale (!). Una considerazione che reputo inammissibile e che nessuno dei commentatori tv e della carta stampata ha osato contraddire. Anzi. Onori sono arrivati addirittura dal Quirinale e dalle istituzioni tutte. Certo, per come si era partiti è comunque un buon risultato, ma è sembrato almeno a me, un po’ esagerato questa cerimoniosità. Tornando al discorso stanchezza, colpa della disfatta azzurra, allora mi chiedo: cosa ci stanno a fare gli altri 11 giocatori che hanno preso parte alla spedizione in terra polacca/ucraina? Semplici spettatori? Arrivati in finale, caro CT, non sarebbe stato più giusto far tirare il fiato a molti e inserire forze fresche? Chi se ne frega dello stravolgimento del modulo. Qui sei chiamato a giocarti una finale. “Forse nell’ultima partita avrei dovuto avere un po’ più di coraggio nel rivoluzionare la squadra, ma sarebbe stata una mancanza di rispetto e di riconoscenza nei confronti di chi mi aveva portato alla finale”. Prandelli dixit. Inammissibile. Infatti la cocciutaggine, e la cosiddetta “riconoscenza”, dell’allenatore ha portato prima all’uscita del povero Chiellini e successivamente a quella di Thiago Motta, altro ufo della spedizione. Per non parlare degli altri, in campo solo per onor di firma: Pirlo, Barzagli, Marchisio, Cassano, Abate e il tanto osannato Balotelli. Su quest’ultimo, poi, ci sarebbe da aprire un dibattito lungo un’estate. È diventato nel giro di poche lucide apparizioni, due, l’eroe nazionale e il salvatore della patria, neanche fosse Paolo Rossi o Gigi Riva. Non ci si rende forse conto di come sia stato sopravvalutato, un calciatore buono solo per le cronache rosa, e non solo, legate alle sue “interessantissime” vicende personali, che ne fanno un personaggio buono per le copertine dei rotocalchi. Ridimensioniamo dunque questa spedizione europea e valutiamo in maniera serena e critica le scelte tecniche operate sul campo. Sbagliate, azzardate e masochistiche fino al limite. Forse avremmo perso uguale, ma almeno ci saremmo risparmiati la gogna del risultato e la sportività del portiere avversario che chiede all’arbitro di avere pietà dell’avversario e di fischiare prima la fine della partita. Alla fine quello che ci ricorderemo di quest’europeo sarà appunto questa immagine: sconfitti ed umiliati.
Andrea Alessandrino
















