Pet Sounds,The Beach Boys

Quando viene alla luce, nel 1966, non si ha subito la percezione che Pet Sounds sia un album epocale. Diverso da tutti i lavori precedenti dei Beach Boys, questo sì, e per molti versi inatteso, ma nessuno grida al miracolo. Dopotutto l’anno prima era uscito Rubber Soul dei Beatles, l’album della svolta, ricco di una profondità e coerenza interna che non ci si aspetterebbe da un disco di musica pop. E forse fu (anche) per questo che il leader dei Beach Boys, Brian Wilson, decise di raccogliere il guanto della sfida lanciatogli dall’amico Paul McCartney, rinunciando all’attività concertistica e lavorando alle nuove canzoni nel più totale isolamento. Ciò che ne venne fuori, è oggi considerato quasi all’unanimità l’album pop per eccellenza, sia per i contenuti che per l’accuratezza degli arrangiamenti, soprattutto con riguardo alle parti vocali. Ma andiamo con ordine. Nel 1966 i Beach Boys sono una band conosciuta per le sue canzoni spensierate, giovanili, tipicamente da festa, che rimandano all’estate californiana con il suo immaginario di spiagge assolate, ragazze in bikini e tavole da surf. Non a caso, la musica da loro prodotta fino a quel momento prende il nome di surf rock, dal nome dei loro primi tre album, Surfin’ Safari, Surfin’ U.S.A. e Surfer Girl, usciti tra il 1962 e il 1963. Brani smaglianti e disimpegnati, costruiti intorno al mito dell’eterna giovinezza, dei quali l’America ha disperatamente bisogno (l’assassinio Kennedy è del 1963), che scalano in poco tempo le classifiche e rendono i Ragazzi della Spiaggia la band più popolare negli States. Ma Brian Wilson sa che, come tutte le cose, anche la giovinezza è destinata a passare: ecco l’idea di fondo di Pet Sounds. Gli undici brani dell’album (più due strumentali) ci dicono proprio questo, e lo raccontano attraverso gli occhi del protagonista, un giovane in procinto di lasciare la propria casa (per il college?), che sta quindi per allontanarsi dalla famiglia e dalla ragazza di cui è innamorato. Pensato come un concept-album, Pet Sounds è la descrizione di questo viaggio attraverso le sue tappe: c’è l’impazienza di crescere per sposare la propria amata (“Come sarebbe bello diventare grandi”, canta Brian Wilson in Wouldn’t It Be Nice), l’emozione della scoperta, la disillusione (“Temo di non essere fatto per il presente”, si sente in I Just Wasn’t Made For These Times), la nostalgia per ciò che si è perduto. Sono tutte sfumature dell’animo umano, che riconosciamo come nostre. La storia d’amore adolescenziale che c’è alla base dell’album è solo un pretesto: raccontandone l’evoluzione, dall’entusiasmo dei primi momenti fino alla triste, ma se vogliamo necessaria, conclusione, si vuole descrivere una storia più grande, universale: quella della crescita interiore dell’individuo, il suo approdo alla maturità attraverso un percorso d’iniziazione alla vita, che passa anche attraverso il dolore. Le tracce che scorrono, a partire da Wouldn’t It Be Nice, con quella melodia facile e luminosa, che racconta il sogno pre-adolescenziale e un po’ ingenuo di diventare presto adulti per risolvere tutti i problemi, passando per la sublime God Only Knows, il capolavoro indiscusso dell’album, cantata da Carl, il fratello di Brian, fino alla conclusiva e dolceamara Caroline, No, raccontano proprio questo, e lo fanno con una delicatezza e un approccio intimistico come non si erano mai visti prima di allora. Gli arrangiamenti sono curatissimi, quasi maniacali (si sa che dopo l’uscita di Pet Sounds Brian Wilson ebbe un crollo nervoso, causato dal forte stress), e prevedono l’impiego di strumenti classici quali violini, ottoni, clavicembalo, pianoforte, flauto, clarinetto, con l’aggiunta di strumenti insoliti come il theremin, ma soprattutto l’uso massiccio e tuttavia mai invadente delle percussioni, attraverso vibrafono, triangolo, marimba, tamburello. La parte vocale è così curata che rasenta la perfezione: Brian lavorò con ogni singolo membro del gruppo, separatamente, per ottenere la melodia o il controcanto giusto. Nonostante ciò, e forse proprio per la profondità e la complessità delle tematiche affrontate, quando uscì Pet Sounds fu quasi un flop: il pubblico, soprattutto americano, non era pronto per questo salto di qualità, per questo passaggio, la generazione di Fun, Fun, Fun e Surfin’ U.S.A. non era pronta per crescere. Con la guerra del Vietnam che incombeva sulle giovani generazioni come un fantasma minaccioso, si aveva ancora bisogno di spensieratezza, non di atmosfere malinconiche e introspettive, non di volgere gli occhi ad un futuro che incuteva paura. Soltanto dopo, a distanza di anni, è stato valutato per quello che è: un capolavoro assoluto, forse il vertice mai raggiunto dalla musica pop. Un album che ha influenzato molti musicisti e registi importanti (si pensi al George Lucas di American Graffiti). Lo stesso manager dei Beatles, George Martin, raccontò una volta che Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, uscito nel 1967, fu un tentativo di eguagliare Pet Sounds. Un tentativo che secondo molti non riuscì. Al termine dell’ultima canzone, Caroline, No, dopo qualche secondo di silenzio, si sente un cane abbaiare (il cucciolo del titolo?) e poi il rumore di un treno che passa. Un’immagine dal forte valore simbolico (la fine dell’estate, della giovinezza) che racchiude in sé tutto il disco, l’ennesima trovata geniale all’interno di un album imprescindibile, non solo per gli estimatori del genere rock o pop, ma per tutti coloro che amano la musica.

nicola papa

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