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	<title>Made in Italy Notizie &#187; Mi ritorni in mente</title>
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	<description>La radio da leggere, il giornale da ascoltare!</description>
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		<title>Darkness on the Edge of Town, Bruce Springsteen</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Dec 2012 11:42:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico.papa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mi ritorni in mente]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Ho seguito quel sogno proprio come fanno nei film E ho guidato una Challenger giù per la Route 9 attraverso i vicoli ciechi e tutte le brutte scene Quando la promessa fu spezzata morirono un po’ dei miei sogni&#8221; Darkness on the Edge of Town, uscito nel giugno &#8217;78, rappresenta per Bruce Springsteen l&#8217;album della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><em><a href="http://www.radiomadeinitaly.it/notizie/wp-content/uploads/2012/12/darkness1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-29519" src="http://www.radiomadeinitaly.it/notizie/wp-content/uploads/2012/12/darkness1-297x300.jpg" alt="" width="297" height="300" /></a>&#8220;Ho seguito quel sogno proprio come fanno nei film<br />
E ho guidato una Challenger giù per la Route 9 attraverso<br />
i vicoli ciechi e tutte le brutte scene<br />
Quando la promessa fu spezzata morirono un po’ dei miei sogni&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify">Darkness on the Edge of Town, uscito nel giugno &#8217;78, rappresenta per Bruce Springsteen l&#8217;album della maturità, quello dove la sua poetica e il suo stile sono meglio focalizzati, vengono espressi in maniera più compiuta.<br />
Dopo i fasti e il clamoroso successo di Born to Run, album per certi aspetti roboante e velleitario, in cui è riscontrabile il fervore adolescenziale del ragazzo &#8220;che vuole sfondare&#8221; a tutti i costi, il rocker di Freehold avverte l&#8217;esigenza di guardarsi dentro, di affrontare i propri demoni, le proprie paure irrisolte, di tornare alle sue origini lì nei sobborghi del New Jersey, per poter guardare la realtà che lo circonda con occhi più adulti: non c&#8217;è nessuna Terra Promessa, perché è la vita stessa a giocare sporco, a sottrarti all&#8217;ultimo momento ciò che ti mostra davanti agli occhi come qualcosa di raggiungibile, e ogni sforzo per migliorare la propria condizione risulta vano.<br />
Se Born to Run era l&#8217;album del sogno americano, fatto di libertà, di promesse di redenzione e riscatto (quello che cercavano i due ragazzi protagonisti di Thunder Road), Darkness rappresenta l&#8217;amaro risveglio: quei due ragazzi fuggiti in cerca di gloria sono cresciuti, e si ritrovano a fare i conti con povertà, disillusione e solitudine. Quando ci si rende conto che la promessa è stata infranta e che i sogni non si realizzeranno, ci dice Springsteen, non resta che accompagnarsi agli sconfitti, cercare quel po&#8217; di calore e consolazione che nasce dal condividere la stessa sorte.<br />
<em>&#8220;Adesso vivo circondato soltanto da estranei / parlo solo con gli estranei, / cammino con gli angeli che non hanno dimora&#8221;</em>, sussurra Bruce al termine di Streets of Fire.<br />
Questo è il tema ricorrente, il fil rouge che unisce tutte le canzoni; ma Darkness non è affatto un album cupo, disperato. Basti ascoltare il brano d&#8217;apertura, Badlands, un rock vitale, energico ed emozionante che racconta in modo accorato della voglia di andare avanti, nonostante le avversità e le ingiustizie della vita:<br />
<em>&#8220;Voglio uscire stasera<br />
voglio trovare quello che mi appartiene<br />
Ora credo all&#8217;amore che mi hai dato<br />
credo nella fede che mi potrà salvare<br />
credo nella speranza e prego che un giorno<br />
mi possa sollevare al di sopra di questi<br />
Bassifondi&#8221;</em><br />
A volte il tema sociale si fa più sentito, come in Adam Raised a Cain, dove c&#8217;è un padre che sfoga tutte le sue frustrazioni sul figlio, il quale a sua volta le sfogherà su qualcun altro, in una sorta di catena che sembra non avere fine:<br />
<em>&#8220;Papà ha lavorato tutta la dannata vita per nient&#8217;altro che dolore<br />
Ora cammina per queste stanze vuote, in cerca di qualcosa con cui sfogarsi<br />
Erediti i peccati, erediti le fiamme<br />
Adamo ha allevato un Caino&#8221;</em>.<br />
Oppure nella stupenda ballata Something in the Night, dove il Boss canta: <em>&#8220;Sei nato senza nulla / ed è meglio così / non appena hai qualcosa mandano / qualcuno per cercare di portartelo via&#8221;</em>.<br />
Un universo, quello di Darkness on The Edge of Town, popolato di perdenti della working class che cercano di restare vivi, nonostante tutto.<br />
A volte è l&#8217;amore, ciò che può dare la forza necessaria, anche se è l&#8217;amore per una prostituta, come in Candy&#8217;s Room:<br />
<em>&#8220;Stranieri provenienti dalla città chiamano</em><br />
<em> il numero della mia piccola e le portano giocattoli</em><br />
<em> Quando entro bussando lei sorride con grazia,</em><br />
<em> lei sa che voglio essere il ragazzo di Candy</em><br />
<em> C&#8217;è della tristezza che si nasconde sotto quel viso carino,</em><br />
<em> una tristezza tutta sua, dalla quale nessun</em><br />
<em> uomo può salvare Candy&#8221;</em><br />
Arriviamo così al capolavoro dell&#8217;album, Racing in the Street, una canzone che ha la stessa struttura narrativa di un film: vi si racconta la storia di un ragazzo che cerca il suo riscatto da una vita di amarezze e insoddisfazioni nelle corse clandestine, nonostante l&#8217;angoscia della propria ragazza che lo aspetta a casa, e teme ogni volta per la sua vita.<br />
<em>&#8220;Alcuni ragazzi smettono definitivamente di vivere<br />
E cominciano a morire, poco a poco, pezzo a pezzo<br />
Alcuni ragazzi tornano a casa dal lavoro, si lavano<br />
E vanno a gareggiare in strada<br />
Stanotte, stanotte la striscia è quella giusta<br />
Voglio farli schizzare tutti fuori dai sedili<br />
Lancerò la mia sfida in tutto il mondo, stiamo<br />
andando a gareggiare in strada&#8221;</em><br />
Il tema centrale della strada come metafora del desiderio di riscatto, ritorna in The Promised Land, in cui il protagonista continua a credere in un destino migliore, nonostante il fallimento dei propri sogni, e nella bellissima Streets of Fire, che ci porta nelle strade della periferia americana, abitata da gente che lotta per sopravvivere. La voce arrochita e straziata di Springsteen è da pelle d&#8217;oca, mentre urla: <em>&#8220;Quando realizzi come anche questa volta ti abbiano fregato / e che sono tutte menzogne ma sono imprigionato nel filo spinato / in queste strade di fuoco</em>&#8220;. La stessa passione la si avverte in Prove it all Night, l&#8217;altro vertice dell&#8217;album, una ballata rock in cui ascoltiamo il disperato lamento del protagonista, che dice alla sua bella:<br />
<em>&#8220;Ho lavorato davvero sodo, cercando di restare con le mani pulite<br />
Stanotte percorreremo questa sporca strada da Monroe ad Angeline<br />
Per comprarti un anello d&#8217;oro e un vestitino blu<br />
Bambina, con un solo bacio sarà tutto tuo<br />
Un bacio per segnare il nostro destino stanotte&#8221;</em><br />
I padri operai, con il loro fardello di infelicità e amarezza, tornano nella toccante Factory:<br />
<em>&#8220;Attraverso i luoghi di paura, attraverso luoghi di dolore<br />
vedo mio padre superare i cancelli della fabbrica mentre piove<br />
la fabbrica si prende il suo udito, la fabbrica gli dà la vita<br />
il lavoro, il lavoro, nient’altro che vita di lavoro&#8221;</em><br />
Chiude l&#8217;album la title track, una intensa ballata sulla disillusione e sulla voglia di non arrendersi:<br />
<em>&#8220;Qualcuno è nato sotto una buona stella</em><br />
<em> Qualcun altro se la procura in qualche modo, comunque</em><br />
<em> Ho perso il mio denaro, ho perso mia moglie</em><br />
<em> Queste cose ora non sembrano aver troppo peso per me</em><br />
<em> Stanotte sarò su quella collina, perché non mi posso fermare</em><br />
<em> Sarò su quella collina con tutto ciò che è mio</em><br />
<em> Vite sul confine dove i sogni sono persi e trovati</em><br />
<em> Sarò lì in tempo e pagherò il prezzo</em><br />
<em> Per volere le cose che possono essere trovate soltanto</em><br />
<em> Nell&#8217;oscurità alla periferia della città&#8221;</em>.<br />
C&#8217;è molto di letterario, nell&#8217;universo poetico di Springsteen (basti pensare al Steinbeck di Furore), e di cinematografico, soprattutto il genere western. Come hanno sostenuto molti critici, Darkness on the Edge of Town è stato molto influenzato dai film di John Ford e Sergio Leone, i cui personaggi, così come quelli di Darkness, sono degli eroi tragici e divisi, smarriti. In questo album, che resta il più amato dai fan ed è probabilmente il suo capolavoro, Springsteen ci parla della fine dell&#8217;innocenza, e lo fa a modo suo: con rabbia e tenerezza, alternando energici brani rock a ballate struggenti, che evocano un mondo di sconfitti alla disperata ricerca di qualcosa in cui credere.</p>
<p style="text-align: right">nicola papa</p>
<p style="text-align: right">nicopapa@hotmail.it</p>
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		<title>Ho conosciuto Giuliano Montaldo</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Nov 2012 19:21:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Damiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Mi ritorni in mente]]></category>

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		<description><![CDATA[Si ricorda in questi giorni a Bari nel palazzo Ex Poste la figura di Riccardo Cucciolla. Attore versatile, scomparso nel 1999, di lui si ricorda la sua voce magnifica, espressiva che gli valse la qualifica di numero uno tra i doppiatori. Innumerevoli poi sono le sue comparse come voce di fuori-campo nei documentari, ach&#8217;essi pezzi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.radiomadeinitaly.it/notizie/wp-content/uploads/2012/11/Giuliano-Montaldo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-24487" src="http://www.radiomadeinitaly.it/notizie/wp-content/uploads/2012/11/Giuliano-Montaldo.jpg" alt="" width="193" height="261" /></a>Si ricorda in questi giorni a Bari nel palazzo Ex Poste la figura di Riccardo Cucciolla. Attore versatile, scomparso nel 1999, di lui si ricorda la sua voce magnifica, espressiva che gli valse la qualifica di numero uno tra i doppiatori. Innumerevoli poi sono le sue comparse come voce di fuori-campo nei documentari, ach&#8217;essi pezzi di grande cinema. Ma il clou della sua carriera di attore Cucciolla lo raggiunse nel 1971 nella sua inarrivabile interpretazione di Nicola Sacco nel film &#8220;Sacco e Vanzetti&#8221;. Il suo Nicola Sacco, anch&#8217;egli di origine pugliese, fu rappresentato con l&#8217;intercalare dei espressioni dialettali non sguaiate, che valorizzavano un personaggio entrato a diritto nella storia del cinema. Riccardo Cucciolla vinse a Cannes per questa interpretazione il premio come migliore attore.</p>
<p>Di tutto questo ne ha parlato il regista del film Giuliano M0ntaldo ricordandone la figura dell&#8217;uomo simpatico, attore di teatro che non ebbe paura di affrontare la macchina da presa del cinema. Insomma un vanto del teatro barese che vide il fiorire , anche grazie a Radio Bari, di attori come  d&#8217;Attoma, De Giglio,  Volpe, emblemi di una creatività repressa, mai sopita, che emergeva dopo gli anni del fascismo.</p>
<p>Alla fine della manifestazione ho incrociato Giuliano Montalto, l&#8217;autore appunto di un film che mi è rimasto nel cuore come &#8220;Sacco e Vanzetti&#8221;, inno alla libertà ed alla lotta all&#8217;intolleranza. Ho avuto il coraggio di parlare a lui come un suo fan di allora e di oggi. La persona è stato lì a sentirmi, con pazienza, da grande uomo di cultura quale egli è ,sino a ringraziarmi. Pochi minuti, i miei quattordici anni di allora che osservava un mondo insofferente, che cambiava, contestando ed un film con le canzoni di Joan Baez che diveniva icona anch&#8217;esso della lotta contro il potere di chi voleva la guerra in Vietnam.</p>
<p>Il cinema ancora una volta ha il magico potere di evocare ma nonchè di indurre a riflettere sul presente pervaso dal mito  della superficialità e dell&#8217;immagine. Senza fare,  s&#8217;intende, sterili operazioni di nostalgia.</p>
<p>Leonardo Damiani</p>
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		<title>C’era una volta a Bari il Supercinema</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Aug 2012 17:56:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea.alessandrino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mi ritorni in mente]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella storia culturale della città di Bari, vorrei ricordare una sede cinematografica che è stata attiva per 50 anni nel XX secolo: il Supercinema. Il cinema dei germani Scannicchio, era situato in via Ravanas ai civici 143, 145, 147, ad angolo con via Bovio nel quartiere Libertà, una strada parallela alla nota e commerciale Via [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Nella storia culturale della città di Bari, vorrei ricordare una sede cinematografica che è stata attiva per 50 anni nel XX secolo: il Supercinema. Il cinema dei germani Scannicchio, era situato in via Ravanas ai civici 143, 145, 147, ad angolo con via Bovio nel quartiere Libertà, una strada parallela alla nota e commerciale Via Manzoni.</p>
<p style="text-align: justify">Il primo proprietario, il comm. Domenico Scannicchio (1879-1964), aveva acquistato quel suolo in precedenza dalla “Banca Popolare per il Commercio Estero” e qui fu costruito un edificio di legno, il “Teatro Garibaldi”. Il 30 marzo 1929 fu inaugurato il “Politeama barese”, rifacimento del precedente teatro, con la “Compagnia del Pulcinella – Salvator De Muto” che in questa occasione rappresentò la commedia in dialetto napoletano “Arrivo di Pulcinella da Acerra”.</p>
<p style="text-align: justify">Dall’11 maggio 1929 il Politeama barese ospitò la “Compagnia Castelmonte”. Essa diede una breve stagione lirica, che se pur di buon livello qualitativo e nonostante l’affluenza del pubblico, fruttò al proprietario un deficit di 50.000 lire di allora. Vi agivano compagnie di varietà e di prosa in dialetto napoletano con alterni “spettacoli cinematografici”. In seguito, circa dieci anni dopo, il Politeama prese la denominazione di “Supercinema”, quando fu adibito esclusivamente a cinematografo e fu il primo locale pubblico a Bari ad avere il “tetto apribile” e una capienza di circa duemila persone.</p>
<p style="text-align: justify">Negli anni ’60 e ’70 i generi dei film polizieschi e film comici soprattutto della coppia F. Franchi e C. Ingrassia che presenziò nel Supercinema di Bari le loro prime. In quegli anni, dopo la morte del padre, i germani Scannicchio, soprattutto Tommaso, continuarono a condurne la gestione nonostante le difficili vicende che la cinematografia attraversava a causa della diffusione dei film in Vhs e naturalmente della televisione sempre più presente nelle case degli italiani.</p>
<p style="text-align: justify">All’inizio degli anni ’80, dopo una programmazione di film poco interessanti, ma obbligata dalla situazione sociale del tempo e del luogo, il Supercinema, cinema di quartiere, con rammarico di chi gli aveva dedicato gran parte della propria vita, chiuse. Contemporaneamente chiusero anche il cinema “Impero” in C.so Sonnino e, qualche anno dopo, il cinema “Orfeo” in via Lattanzio.</p>
<p style="text-align: justify">Ora, nel XXI secolo, le sale cinematografiche, al passo con i tempi, sono indubbiamente più confortevoli e tecnicamente avanzate, è altresì cambiato il gusto del pubblico. Ricordo con nostalgia quando nell’intervallo, mentre “Marlon Brando” (pseudonimo di un giovanotto del personale), passava tra il pubblico con la cassetta delle gazzose, delle patatine e delle aranciate, il tetto del Supercinema lentamente, molto lentamente, scorreva e sopra gli spettatori appariva il cielo stellato.</p>
<p align="right">Aurora Scannicchio e Andrea Alessandrino</p>
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		<title>Late For The Sky, Jackson Browne</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jul 2012 12:11:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico.papa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mi ritorni in mente]]></category>

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		<description><![CDATA[Late For The Sky di Jackson Browne (1974, Asylum Rec.) è considerato da molti critici il capolavoro del songwriting americano: di sicuro, è uno degli album che ha maggiormente influenzato generazioni di musicisti e cantautori per via del suo stile essenziale e dei testi profondi, introspettivi, pieni di riferimenti letterari. Come dirà Bruce Springsteen: “Nell’America [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.radiomadeinitaly.it/notizie/wp-content/uploads/2012/07/6a00d83451b15969e2011570a0afd5970b-800wi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8774" src="http://www.radiomadeinitaly.it/notizie/wp-content/uploads/2012/07/6a00d83451b15969e2011570a0afd5970b-800wi-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<div></div>
<p style="text-align: justify">Late For The Sky di Jackson Browne (1974, Asylum Rec.) è considerato da molti critici il capolavoro del songwriting americano: di sicuro, è uno degli album che ha maggiormente influenzato generazioni di musicisti e cantautori per via del suo stile essenziale e dei testi profondi, introspettivi, pieni di riferimenti letterari.<br />
Come dirà Bruce Springsteen: “Nell’America degli anni Settanta post-Vietnam, non vi fu album che catturò come Late For The Sky quel senso di caduta dall’Eden, quel lento crepuscolo che offuscò le promesse del decennio precedente”.<br />
Le canzoni che lo compongono sono tutte contraddistinte da un senso della misura, da una raffinatezza e sensibilità che ha pochi eguali nel panorama pop-rock, non solo di quegli anni, e riflettono il carattere schivo e colto del loro autore. Seppur ispirate a sonorità West Coast (ricordiamo che Jackson Browne era californiano e per di più aveva scritto, insieme a Glenn Frey degli Eagles, Take It Easy, uno dei più grandi successi della band, con la quale aveva in comune la stessa casa discografica), ne rifiutano le melodie facili, gli arrangiamenti caratterizzati dall’uso preponderante delle chitarre. Anche in Late For The Sky la sei corde riveste un ruolo importante; ma viene usata in modo semplicemente geniale, per “rifinire” con poche e decisive pennellate che potremmo definire quasi impressionistiche le canzoni, senza mai assurgere a protagonista. Merito essenzialmente del chitarrista David Lindley, uno dei più grandi e versatili chitarristi della storia del rock, che fa letteralmente piangere lo strumento, intessendo melodie struggenti che si incastonano perfettamente nei brani. Il paragone con la pittura non è azzardato: la stessa copertina dell’album è ispirata a L’impero delle Luci di Magritte, in versione “californiana” (con tanto di Chevrolet in primo piano).<br />
La title track è già un capolavoro: introdotta da un pianoforte e dalla chitarra di Lindley che ricama una melodia suggestiva, su cui svetta la voce malinconica e colma di rimpianto di Jackson Browne, è una canzone che parla di amore e disillusione (“Non hai mai saputo cosa ho amato in te / non so cosa hai amato in me / forse il ritratto di qualcuno / che tu speravi io fossi”), di perdita. È il bilancio alla fine di una storia, quando ci si interroga sui perché, si guarda indietro (“Abbiamo continuato per tutta la notte / ripercorrendo i passi fatti fin dal principio / fino a quando sono svaniti nell’aria / cercando di capire / come le nostre vite ci hanno condotto lì”) alla ricerca di colpe e di soluzioni tardive. C’è tutta l’amarezza di non riconoscere più la persona amata (“Guardandoti dritto negli occhi / non ci vedevo nessuna faccia conosciuta / che vuota sorpresa / sentirsi così soli”), di scoprire che è ormai tardi per mettere a posto le cose.<br />
La seconda canzone, Fountain Of Sorrow, è il secondo capolavoro dell’album: nonostante il ritmo più sostenuto, il brano è da pelle d’oca per l’atmosfera nostalgica che riesce ad evocare. Anche qui, il ricordo di un amore ormai perduto, quasi un flusso di coscienza, un racconto necessario perché terapeutico, come se l’autore volesse esorcizzare i fantasmi del suo passato, rileggendo la propria storia con una lucidità e un senso critico che lasciano senza fiato. “Quello che vedevo non era quello che accadeva / eppure per un po’  il nostro sembrava un cammino spedito / quando guardi dentro le illusioni d’amore, lì sta il pericolo / e il tuo amante perfetto pare proprio un perfetto pazzo / finché non arrivi a correr dietro al perfetto sconosciuto”, scrive Jackson Browne. Anche qui, pianoforte e chitarra in perfetto equilibrio, a ricamare delle linee melodiche lievi ma capaci di provocare brividi nell’ascoltatore. Basti pensare al finale, uno dei più belli di tutta la storia del rock, secondo l’umile parere di chi scrive; quando, dopo la seconda strofa, gli strumenti tacciono e sembra che la canzone stia volgendo al termine. Invece, di nuovo quelle note di piano, soffuse, dolci, tristi, e poi di nuovo la voce, ancora più appassionata, del nostro autore, e ancora gli strumenti, in un crescendo emozionante, che si conclude con la chitarra di Lindley a cesellare un assolo breve quanto intenso.<br />
La quale chitarra apre, in una sorta di ideale continuità, la terza traccia, Farther On, un altro bellissimo pezzo sulla disillusione, di cui è opportuno riportare il testo, per rendere meglio la profondità delle parole di Jackson Browne: “Quando ero più giovane ho nascosto le mie lacrime / e trascorrevo i miei giorni da solo / alla deriva in un oceano di malinconia / i miei sogni gettati come reti / per acchiappare l’amore di cui avevo sentito / nei libri e canzoni e film”. L’autocritica qui si fa più sentita, diventa quasi feroce: “il Cielo non è più vicino oggi di ieri / e gli angeli invecchiano / non sanno più aspettare su il sole / guardano oltre la mia spalla / alle mappe disegnate del viaggio che ho intrapreso”. Ma non tutto è oscurità, non tutto è fallimento: c’è ancora spazio per la speranza: “Ora la distanza mi porta più lontano / anche se i motivi che avevo non ci sono più / continuo a credere che troverò quello che cerco / sotto la sabbia all’alba / ma gli angeli invecchiano / possono vedere rapidamente il tramonto / guardano oltre la mia spalla / verso il paradiso / contenuto nella luce del passato / stanno dietro di me / sdraiati sulla strada a dormire finché arriva il mattino / dove sanno che mi troveranno / con le mie mappe e la mia fede nella distanza / mentre vado più lontano”.<br />
Scorrendo le altre tracce, passando per il rock’n’roll “on the road” di The Road And The Sky arriviamo alla bellissima For A Dancer, dedicata ad un amico scomparso (sembra che la vita di Jackson Browne sia costellata da lutti: due anni dopo, la prima moglie, Phyllis Major, si suiciderà, evento che lo segnerà profondamente e gli farà scrivere The Pretender). “Non so che succede quando si muore / per quanto ci si provi non lo si può afferrare / come una canzone che mi risuona nell’orecchio / ma che non posso cantare”, intona Browne, e un brivido ci corre lungo la schiena, soprattutto quando sentiamo quelle note di violino (suonato dall’eccellente Lindley) percorrerci come una carezza leggera.<br />
Chiude l’album il brano Before The Deludge, un manifesto antinucleare (“Alcuni erano sognatori, alcuni erano pazzi / che facevano progetti, e pensavano al futuro / con l’energia dell’innocente, si stavano attrezzando / volevano affrontare il viaggio di ritorno verso la natura”), che è anche e soprattutto una coraggiosa autocritica, la denuncia di come i propri ideali giovanili, gli ideali di un’intera generazione, abbiano ceduto agli interessi economici e alla rassegnazione dell’età matura, di come il sogno americano si sia trasformato in incubo: “E sulle pazze, coraggiose ali della giovinezza / volavano lassù mentre pioveva / e le piume prima così belle divennero lacere e stracciate / infine, barattarono quelle vecchie stanche ali / con la rassegnazione che la vita porta con sé”. Grande, grandissimo Jackson Browne, un artista coraggioso e autentico come pochi.<br />
Soltanto Springsteen, più tardi, riuscirà ad eguagliare l’intensità scarna e senza fronzoli della sua musica, il livello letterario dei suoi testi, il bisogno, prima di tutto, di essere “vero”.</p>
<div>
<p style="text-align: right">nicola papa</p>
<p style="text-align: left">
</div>
<p style="text-align: right">nicopapa@hotmail.it</p>
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		<title>Hotel California, The Eagles</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jun 2012 15:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico.papa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando Hotel California vede la luce, l’8 dicembre del 1976, gli Eagles sono già una band di successo. Album come Desperado (1973), On The Border (1974) e, soprattutto, Their Greatest Hits (inizio 1976) avevano venduto complessivamente milioni di copie, pur ancorandoli al cliché di gruppo country-rock (un’etichetta della quale non si sarebbero mai liberati del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6975" src="http://www.radiomadeinitaly.it/notizie/wp-content/uploads/2012/06/cover_hotel_california-300x295.jpg" alt="" width="300" height="295" /></p>
<p style="text-align: justify">Quando Hotel California vede la luce, l’8 dicembre del 1976, gli Eagles sono già una band di successo. Album come Desperado (1973), On The Border (1974) e, soprattutto, Their Greatest Hits (inizio 1976) avevano venduto complessivamente milioni di copie, pur ancorandoli al cliché di gruppo country-rock (un’etichetta della quale non si sarebbero mai liberati del tutto).<br />
La notorietà, tuttavia, aveva chiesto in cambio un pesante tributo in termini di serenità e coesione.<br />
Nel 1976, quattro anni dopo l’uscita del primo album, gli Eagles sono un band emotivamente stanca, sfiancata dai dissidi interni.<br />
La leadership del duo Henley-Frey è mal tollerata dagli altri membri, soprattutto dal bassista Randy Meisner, e l’innesto di un nuovo chitarrista, il talentuoso Joe Walsh, in sostituzione del dimissionario Bearnie Leadon, destabilizza ulteriormente i rapporti.<br />
Tuttavia la loro musica non ne risente, anzi: le otto canzoni del nuovo album si nutrono di queste rivalità e le sublimano in un una varietà compositiva di raro effetto, potendo contare sull’apporto unico ma non prevalente, nella parte strumentale come in quella vocale, di ciascun membro della band.<br />
Il successo di Hotel California sarà immediato e travolgente: slegatosi definitivamente dalle influenze country, sposando sonorità più rock e west-coast, garantirà agli Eagles una fama planetaria e sarà uno degli album più venduti del decennio.<br />
Un capolavoro di equilibrio e guizzi geniali, che tuttavia non si risolvono mai in virtuosismi: in Hotel California ogni elemento è “al suo posto”, amalgamato con gli altri, tutto combacia alla perfezione. A cominciare dalla copertina, evocativa e conturbante, in cui è raffigurato l&#8217;immaginario hotel del titolo, un luogo seducente e al contempo sinistro.<br />
Il brano di apertura è proprio la title-track, una stupenda rock ballad entrata nella storia, 6 minuti e 30 di pura magia.<br />
Il celebre arpeggio iniziale su acustica a 12 corde, il basso sincopato, la voce calda e dalle venature soul di Don Henley, il doppio assolo incrociato di Joe Walsh e Don Felder alla fine, ne fanno una delle canzoni simbolo degli anni 70 e del rock in genere, al pari di capolavori immortali come Stairway To Heaven, Life On Mars? e Born To Run.<br />
Il testo è pervaso da un senso di claustrofobia, riassunto nell’immagine dell’hotel/prigione da cui è impossibile scappare, abitato da figure strane e inquietanti.<br />
Sul suo significato si sono versati fiumi d’inchiostro; per alcuni sarebbe una metafora dell’inferno (cosa che valse al gruppo l’accusa di diffondere il rock satanico, insieme alla leggenda secondo cui, facendo girare il brano al contrario, si udirebbe un&#8217;invocazione al demonio), per altri racconterebbe la dipendenza dalle sostanze stupefacenti. Questa interpretazione fu avvalorata dallo stesso Glenn Frey, che in un’intervista disse: “Quello era un brano contro l’eccesso di cocaina. Noi non l’abbiamo mai presa con moderazione e in quel periodo cominciavamo a scoprire che ci stavamo bruciando”. Più semplicemente, le parole della canzone descrivono in maniera simbolica un mondo di disillusione, di innocenza perduta; è facile vedervi riflesso il periodo di smarrimento e di crisi interna in cui era precipitata la band dopo l’enorme notorietà.<br />
Il rovescio della medaglia, l’altra faccia del sogno americano, quella che ti chiede un prezzo altissimo in cambio del successo.<br />
Passando in rassegna le altre tracce, New Kid In Town è l’altro singolo famoso, un brano acustico e solare affidato alla voce country e più convenzionale di Glenn Frey, Life In The Fast Lane (“Vita Nella Corsia Di Sorpasso”, un’altra descrizione spietata del successo e dell’edonismo sfrenato) è quasi hard rock, con le chitarre elettriche in evidenza e un riff divenuto celebre.<br />
Wasted Time è l’altro vertice dell’album, una canzone struggente introdotta dal pianoforte, che si avvale dell’interpretazione intensa di Don Henley e di un crescendo orchestrale da brividi.<br />
Try And Love Again porta invece la firma di Meisner ed è cantata dallo stesso, l’unico brano che risente ancora delle influenze country e che forse non è all’altezza della qualità generale, mentre Pretty Maids All In A Row è una raffinata ballata pianistica scritta da Joe Walsh.<br />
Chiude The Last Resort, un altro pezzo memorabile che racconta le tappe della scoperta dell’America (vista dalla parte degli sconfitti, o forse sarebbe meglio dire dei “derubati”), in cui la voce di Don Henley dà il meglio di sé.<br />
Dopo Hotel California, il miracolo non si ripeterà; la band, già logorata da litigi e incomprensioni, pubblicherà a distanza di due anni un album dal titolo emblematico (The Long Run, “La Lunga Corsa”) e poi si scioglierà, salvo poi riunirsi vent’anni dopo (per scopi che molti hanno definito puramente commerciali) e sopravvivere fino ai giorni nostri, stampando album trascurabili ad eccezione di Hell Freezes Over, in cui è contenuta una bellissima versione acustica e spagnoleggiante proprio di Hotel California.<br />
Ma ormai tutto ciò che il gruppo californiano aveva da dire, l’aveva già detto con la pubblicazione di quest’album immortale, del quale gli saremo sempre riconoscenti. Da ascoltare e riascoltare innumerevoli volte, con un&#8217;unica avvertenza: provoca assuefazione. Benvenuti all&#8217;Hotel California!</p>
<p style="text-align: right">nicola papa</p>
<p style="text-align: right">nicopapa@hotmail.it</p>
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		<title>Pet Sounds,The Beach Boys</title>
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		<pubDate>Fri, 25 May 2012 10:14:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nico.papa</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5265" src="http://www.radiomadeinitaly.it/notizie/wp-content/uploads/2012/05/220px-PetSoundsCover1.jpg" alt="" width="220" height="220" /></p>
<p style="text-align: justify">Quando viene alla luce, nel 1966, non si ha subito la percezione che Pet Sounds sia un album epocale. Diverso da tutti i lavori precedenti dei Beach Boys, questo sì, e per molti versi inatteso, ma nessuno grida al miracolo. Dopotutto l’anno prima era uscito Rubber Soul dei Beatles, l’album della svolta, ricco di una profondità e coerenza interna che non ci si aspetterebbe da un disco di musica pop. E forse fu (anche) per questo che il leader dei Beach Boys, Brian Wilson, decise di raccogliere il guanto della sfida lanciatogli dall’amico Paul McCartney, rinunciando all’attività concertistica e lavorando alle nuove canzoni nel più totale isolamento. Ciò che ne venne fuori, è oggi considerato quasi all’unanimità l’album pop per eccellenza, sia per i contenuti che per l’accuratezza degli arrangiamenti, soprattutto con riguardo alle parti vocali. Ma andiamo con ordine. Nel 1966 i Beach Boys sono una band conosciuta per le sue canzoni spensierate, giovanili, tipicamente da festa, che rimandano all’estate californiana con il suo immaginario di spiagge assolate, ragazze in bikini e tavole da surf. Non a caso, la musica da loro prodotta fino a quel momento prende il nome di surf rock, dal nome dei loro primi tre album, Surfin’ Safari, Surfin’ U.S.A. e Surfer Girl, usciti tra il 1962 e il 1963. Brani smaglianti e disimpegnati, costruiti intorno al mito dell’eterna giovinezza, dei quali l’America ha disperatamente bisogno (l’assassinio Kennedy è del 1963), che scalano in poco tempo le classifiche e rendono i Ragazzi della Spiaggia la band più popolare negli States. Ma Brian Wilson sa che, come tutte le cose, anche la giovinezza è destinata a passare: ecco l’idea di fondo di Pet Sounds. Gli undici brani dell’album (più due strumentali) ci dicono proprio questo, e lo raccontano attraverso gli occhi del protagonista, un giovane in procinto di lasciare la propria casa (per il college?), che sta quindi per allontanarsi dalla famiglia e dalla ragazza di cui è innamorato. Pensato come un concept-album, Pet Sounds è la descrizione di questo viaggio attraverso le sue tappe: c’è l’impazienza di crescere per sposare la propria amata (“Come sarebbe bello diventare grandi”, canta Brian Wilson in Wouldn’t It Be Nice), l’emozione della scoperta, la disillusione (“Temo di non essere fatto per il presente”, si sente in I Just Wasn&#8217;t Made For These Times), la nostalgia per ciò che si è perduto. Sono tutte sfumature dell’animo umano, che riconosciamo come nostre. La storia d’amore adolescenziale che c’è alla base dell’album è solo un pretesto: raccontandone l’evoluzione, dall&#8217;entusiasmo dei primi momenti fino alla triste, ma se vogliamo necessaria, conclusione, si vuole descrivere una storia più grande, universale: quella della crescita interiore dell’individuo, il suo approdo alla maturità attraverso un percorso d’iniziazione alla vita, che passa anche attraverso il dolore. Le tracce che scorrono, a partire da Wouldn’t It Be Nice, con quella melodia facile e luminosa, che racconta il sogno pre-adolescenziale e un po’ ingenuo di diventare presto adulti per risolvere tutti i problemi, passando per la sublime God Only Knows, il capolavoro indiscusso dell’album, cantata da Carl, il fratello di Brian, fino alla conclusiva e dolceamara Caroline, No, raccontano proprio questo, e lo fanno con una delicatezza e un approccio intimistico come non si erano mai visti prima di allora. Gli arrangiamenti sono curatissimi, quasi maniacali (si sa che dopo l’uscita di Pet Sounds Brian Wilson ebbe un crollo nervoso, causato dal forte stress), e prevedono l’impiego di strumenti classici quali violini, ottoni, clavicembalo, pianoforte, flauto, clarinetto, con l’aggiunta di strumenti insoliti come il theremin, ma soprattutto l’uso massiccio e tuttavia mai invadente delle percussioni, attraverso vibrafono, triangolo, marimba, tamburello. La parte vocale è così curata che rasenta la perfezione: Brian lavorò con ogni singolo membro del gruppo, separatamente, per ottenere la melodia o il controcanto giusto. Nonostante ciò, e forse proprio per la profondità e la complessità delle tematiche affrontate, quando uscì Pet Sounds fu quasi un flop: il pubblico, soprattutto americano, non era pronto per questo salto di qualità, per questo passaggio, la generazione di Fun, Fun, Fun e Surfin&#8217; U.S.A. non era pronta per crescere. Con la guerra del Vietnam che incombeva sulle giovani generazioni come un fantasma minaccioso, si aveva ancora bisogno di spensieratezza, non di atmosfere malinconiche e introspettive, non di volgere gli occhi ad un futuro che incuteva paura. Soltanto dopo, a distanza di anni, è stato valutato per quello che è: un capolavoro assoluto, forse il vertice mai raggiunto dalla musica pop. Un album che ha influenzato molti musicisti e registi importanti (si pensi al George Lucas di American Graffiti). Lo stesso manager dei Beatles, George Martin, raccontò una volta che Sgt. Pepper&#8217;s Lonely Hearts Club Band, uscito nel 1967, fu un tentativo di eguagliare Pet Sounds. Un tentativo che secondo molti non riuscì. Al termine dell’ultima canzone, Caroline, No, dopo qualche secondo di silenzio, si sente un cane abbaiare (il cucciolo del titolo?) e poi il rumore di un treno che passa. Un’immagine dal forte valore simbolico (la fine dell&#8217;estate, della giovinezza) che racchiude in sé tutto il disco, l’ennesima trovata geniale all’interno di un album imprescindibile, non solo per gli estimatori del genere rock o pop, ma per tutti coloro che amano la musica.</p>
<p style="text-align: right">nicola papa</p>
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